Palazzo Choc

“La crisi dei debiti sovrani ha messo a nudo molte debolezze – ha detto il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi – innanzitutto l’inadeguatezza della governance europea. Per il suo superamento sono ora chiamati a operare con urgenza tutti gli stati membri”. Ma se di riforme istituzionali europee c’è bisogno – sostiene un numero crescente di economisti e governi – è proprio dalla stessa Bce che si dovrà partire. Per renderla, per esempio, più simile alla Federal Reserve americana. di Michele Arnese e Marco Valerio Lo Prete
26 GEN 12
Ultimo aggiornamento: 05:26 | 17 AGO 20
Immagine di Palazzo Choc
“La crisi dei debiti sovrani ha messo a nudo molte debolezze – ha detto il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi – innanzitutto l’inadeguatezza della governance europea. Per il suo superamento sono ora chiamati a operare con urgenza tutti gli stati membri”. Ma se di riforme istituzionali europee c’è bisogno – sostiene un numero crescente di economisti e governi – è proprio dalla stessa Bce che si dovrà partire. Per renderla, per esempio, più simile alla Federal Reserve americana, che ieri ha annunciato che manterrà il costo del denaro bassissimo (0,25 per cento) fino al 2014. Sul tema non è sfuggita la dichiarazione di Mario Monti alla Camera: “Non stiamo chiedendo soldi alla Germania o ad altri – ha detto il premier – ma che la governance dell’Eurozona evolva per consentire a paesi che fanno progressi nel risanamento di vedere questo riflesso in termini di riduzione dei tassi”. Come raggiungere questo risultato? A Davos, economisti di grido come Nouriel Roubini e finanzieri blasonati come George Soros non hanno avuto dubbi: urge un intervento della Bce come prestatore di ultima istanza degli stati, non più solo delle banche.

E questa tesi, un po’ a sorpresa, inizia a farsi largo anche tra gli ex della Banca d’Italia. Solitamente parchi di dichiarazioni sulla politica monetaria, i vecchi inquilini di Palazzo Koch – perlomeno quelli che si sono espressi finora – sembrano in maggioranza favorevoli a una trasformazione di Francoforte in garante dell’euro. Pierluigi Ciocca, vicedirettore generale dell’Istituto centrale fino al 2006, è stato l’ultimo in ordine di tempo a schierarsi: “Giappone e Stati Uniti beneficiano di bassissimi tassi d’interesse sui titoli governativi nonostante gli annosi squilibri della finanza pubblica e dell’economia (comprensivi di un rapporto deficit/pil doppio di quello italiano e di un debito elevato montante) – ha scritto sul sito di economisti Apertacontrada – Ciò avviene perché gli operatori di mercato sanno che Fed e Banca del Giappone risolverebbero eventuali problemi di illiquidità dei rispettivi governi”.
Secondo Ciocca, non esistendo ancora una “Unione politica”, oggi “potrebbe utilmente darsi la seguente soluzione di second best: bilanci pubblici costituzionalmente vincolati all’equilibrio e una Banca centrale a cui si dia la facoltà – non l’obbligo – di evitare, nell’Eurozona, l’illiquidità di stati solvibili”. Venerdì scorso, sul Sole 24 Ore, era stato Carlo Azeglio Ciampi – governatore della Banca d’Italia dal 1979 al 1993 – a entrare in un dibattito che per il momento la Germania rifiuta a priori. Berlino infatti ricorda il divieto contenuto nei trattati che impone alla Bce di non finanziare in alcun modo il debito degli stati stampando moneta: “In una democrazia la creazione di moneta è un’arma della politica economica come le altre, una medicina di cui calibrare il dosaggio ma cui sarebbe irrazionale rinunciare – ha sostenuto Ciampi in un editoriale scritto con Fabrizio Galimberti – Come ha detto un insigne economista, Willem Buiter (già membro del direttorio della Bank of England), la proibizione totale di creare liquidità prestando direttamente soldi ai governi non sta in piedi: ‘Solo perché lo strumento può essere abusato non vuol dire che non bisogna usarlo. Nell’acqua si può annegare, ma questo non vuol dire che non se ne possa bere un bicchiere quando preme la sete’”. Più esplicito, e non da oggi, è Paolo Savona, che ha iniziato la sua carriera di economista proprio al servizio studi di Palazzo Koch, diventandone direttore. Nel suo libro appena pubblicato per Rubbettino (“Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi”), sostiene che chiunque rappresenti l’Italia a Bruxelles dovrà avere il mandato di “allargare le competenze della Bce assegnando a essa il compito di intervenire anche sul mercato dei cambi e sui debiti sovrani, nonché esercitare pienamente il ruolo naturale di lender of last resort, come va facendo ma su basi spontaneistiche e discrezionali”. Un passato in Via Nazionale e un futuro come presidente di Snam rete gas, pure Lorenzo Bini Smaghi, in uscita dalla Bce, a dicembre ha aperto a sorpresa a operazioni di “quantitative easing”, l’allentamento monetario praticato dalla Fed anche attraverso l’acquisto di asset pubblici.

Contrario a un intervento straordinario della Bce per far calare lo spread resta invece un altro ex Banca d’Italia, Salvatore Rebecchini: così si eliminerebbero gli incentivi a fare le riforme in paesi come l’Italia, ha spiegato sul sito l’Occidentale. E ancora ieri, su MF/Milano Finanza, Angelo De Mattia, già segretario particolare dell’ex governatore Antonio Fazio, ha sottolineato come un intervento di Draghi a sostegno degli stati sarebbe ammissibile solo in caso di “catastrofe”. E “per fortuna oggi ne siamo ben lontani”.
di Michele Arnese e Marco Valerio Lo Prete